Perché sono qui


Quando avevo 5 anni, con la mia famiglia, arrivò il momento di cambiare casa. Non ci spostammo di molti chilometri, però di quelli sufficienti a dover cambiare scuola, e quindi vita.

Mio padre non era (non è) certo il tipo che va alle recite, che organizza feste di compleanno, ecco, però lì ebbe una delle sue pensate, certamente un po’ grezze ma al contempo fini.

Si preoccupava che sarei stato da solo, in una scuola elementare che non conoscevo, in mezzo a un mucchio di bambini che non avevo mai visto prima. Penso fosse una cosa personale. Lo aveva vissuto amplificato, da piccolo, quel disorientamento. Da meridionale emigrato al nord: e probabilmente in quel caso nessuno aveva avuto né il tempo, né la cura, per fare quel pensiero nei suoi confronti. Lui, quarant’anni dopo, sì.

Mi iscrisse quindi al corso di karate che si teneva nell’atrio della scuola. A piedi scalzi, sulle piastrelle. Lo scelsi io quel corso, perché guardavo Ranma 1/2, Dragon Ball e L’Uomo Tigre in TV.

“Così quando andrai a scuola, il prossimo anno, sarai un po’ come a casa”.

Le arti marziali sono state quindi la mia prima vera formazione, cronologicamente: mi hanno insegnato una forma di disciplina, a sorridere, a essere come l’acqua. Mi hanno insegnato che coraggio non è assenza di paura, ma agire in modo ragionato nonostante la paura. 

Con la didattica invece funzionai bene per un po’, poi subentrò quel senso di NOIA intrinseco. In compenso leggevo tonnellate di libri e fumetti, giocavo ai videogiochi e mi sembrava che nessuno mi capisse: né gli adulti, né i miei pari.

Il primo anno di liceo feci il record del voto più basso della scuola (1 – – , in lingua inglese, per un compito che avevo comunque indovinato a metà) e da lì iniziai a consegnare in bianco le materie che non mi piacevano: così almeno non sono l’unico a innervosirsi, pensavo. Mia madre fu chiamata parecchie volte a colloquio dagli insegnanti, quell’anno e non credo di essere stato di grande aiuto alla sua gestione dell’ansia, in quel periodo. Non venni bocciato per un soffio, finii in un Istituto Tecnico Agrario e la storia proseguì più o meno invariata, tolto qualche incontro particolarmente fortunato: qualche amicizia e un docente particolarmente in gamba che mi spronò a leggere, scrivere e fare ciò che amavo. Fu anche per merito (o colpa?) sua che al termine dei cinque anni mi iscrissi alla facoltà di Filosofia, all’Università degli Studi di Milano, dove mi laureai qualche anno dopo con una tesi in Indologia, incentrata sul simbolismo psicologico nei testi sacri e mitologici indiani.

In quel periodo, come qualsiasi “millenial” che si rispetti, mi capitava di fare solo lavoretti saltuari e la svolta arrivò solo quando fui selezionato per il Servizio Civile Nazionale, che per 430€ al mese mi ricatapultò nel mondo della scuola, appena un passo oltre la sottile linea che divide gli studenti dal personale. 

Folgorazione. Infanzia, primaria, secondaria di primo grado. Mi veniva bene fare l’educatore. Infatti al termine del servizio venni assunto e iniziai anche a lavorare con l’autismo. Poi scolastica, servizi integrativi, ADM, servizi estivi e coordinamento. Non era quello che avevo preventivato per la mia vita. Però mi veniva bene. Soprattutto mi piaceva e mi assorbiva come mai nulla prima. Ci misi un bel po’ a capirlo, perché quando le cose mi assorbono, finisce che mi distraggo. Tutte quelle storie, drammi, emozioni, soddisfazioni, gioia, stupore. Potevo far sì che, per qualcuno, la scuola facesse leggermente meno schifo di quanto avesse fatto a me.

Quando lo capii decisi di laurearmi magistrale in Scienze Pedagogiche, e diventare pedagogista, giurando però a me stesso che non avrei mai perso quella componente di aderenza all’operatività educativa e didattica che aveva caratterizzato i miei primi dieci anni di formazione.

La verità è che trovo sempre difficile definirmi: come si fa? Sono eclettico e non ho mai sentito il bisogno inquadrarmi in etichette rigide, anzi, mi ha sempre dato fastidio. In questa “bio” mi sono sforzato di mettere alcune delle cose che sono e che faccio, cosciente che manchi una fetta enorme di sfera personale, familiare, relazionale, che negli anni mi ha reso il casino che sono e, credo, un essere umano quasi decente.

Comunque sia, papà aveva ragione: il primo giorno di scuola, mi sentivo a casa. Infatti, dalla scuola, non me ne sono mai andato. E al di là di tutto, se di tutte le definizioni a livello professionale dovessi sceglierne una direi, forse, che sono un professionista della scuola.

Piacere di conoscerti.

Nathan Quaranta